Un Canestro per Moreno
FALLO ADESSO Abbiamo bisogno del tuo sostegno
Mi chiamo Katja e sono la moglie di Moreno.
Scrivere queste parole mi spezza il cuore, perché mai avrei immaginato che la nostra vita potesse cambiare così, in un solo istante, e che un giorno avrei avuto bisogno di chiedere aiuto per l’uomo che per tutta la vita ha aiutato me e i nostri figli.
Il 21 luglio 2022 eravamo tutti riuniti a casa di mia sorella per festeggiare il diciottesimo compleanno di mia nipote. Moreno e nostro figlio Gabriel stavano tornando in moto da una visita dentistica in Croazia. Erano in ritardo, e noi pensavamo fosse per il traffico, per la frontiera, per una delle solite attese che conosciamo bene vivendo qui vicino al confine. Invece il telefono ha squillato, e quella chiamata ha distrutto tutto ciò che conoscevamo. Un cervo era comparso all’improvviso sulla strada, proprio davanti alla moto. In un secondo, senza possibilità di reazione, la moto lo ha colpito e poi è finita contro un albero. L’impatto è stato violentissimo. Moreno è rimasto incastrato con la testa dentro il tronco dell’albero, completamente immobile. I vigili del fuoco hanno impiegato più di quaranta minuti per liberarlo, tagliando il tronco attorno al suo casco. Quando finalmente l’hanno tirato fuori era già in coma, senza alcuna risposta. Gabriel era gravemente ferito, con braccia e mani rotte, zigomi distrutti, denti danneggiati, ma vivo. Moreno no. Moreno non c’era più.
Ricordo ancora la corsa in ospedale, il silenzio dei corridoi, le ore infinite senza sapere se avrebbe mai riaperto gli occhi. Moreno è rimasto in coma per un mese. Ogni giorno entravo nella sua stanza sperando in un movimento, una reazione, una parola, un segno. Niente. Solo il rumore delle macchine che lo tenevano in vita.
Quando si è risvegliato, non era più lui. Non parlava, non capiva cosa fosse successo, non riusciva a orientarsi. Ci riconosceva, sì, ma nel modo sbagliato. Nella sua mente io e i ragazzi eravamo ancora la moglie e i bambini di anni fa. È come se il suo orologio interno si fosse fermato a un passato lontano. La sua memoria è compromessa, ha paura di ogni gesto nuovo, di ogni spostamento, di ogni rumore. Ripete le stesse frasi all’infinito, perché non riesce a trattenere ciò che gli diciamo.
Da tre anni non dormiamo. Ogni notte si sveglia spaventato, mi chiama, parla, chiede, ripete. Non accetta quello che gli è successo, non capisce perché non è più come prima. Io gli tengo la mano, cerco di tranquillizzarlo, ma non riesco a togliergli quella paura dagli occhi. È un dolore che ti lacera l’anima, vedere la persona che ami così fragile, così confusa, così persa.
Quando è tornato a casa era totalmente dipendente, non sapeva cosa stesse facendo, non aveva controllo sul suo corpo né consapevolezza delle sue azioni. I dottori non ci avevano dato molte speranze, ma noi non ci siamo arresi. Con Manuel e Gabriel lo abbiamo stimolato ogni giorno, senza fermarci mai. Ogni mattina, da tre anni, la mia vita comincia quando apro gli occhi e inizio a lavorare con lui. Facciamo esercizi di memoria, lettura ad alta voce, esercizi fisici, riattivazione cognitiva, ogni cosa possibile. Lo seguo passo dopo passo, tutto il giorno, e non lo lascio mai solo. Abbiamo viaggiato per poterlo curare, siamo andati in Slovenia, in Croazia, in centri privati perché qui non avevamo alternative. Tutte le terapie migliori, quelle che davvero gli hanno permesso di migliorare, le abbiamo pagate di tasca nostra.
Moreno è migliorato, questo lo voglio dire con forza. È migliorato grazie all’amore dei suoi figli, alla mia determinazione, ai sacrifici della nostra famiglia. Ma un trauma cranico richiede anni di cura, anni di riabilitazione, anni di costanza. È un percorso durissimo e molto lungo, che purtroppo non si può affrontare senza aiuto.
Io non ho mai perso la speranza. Mai. Nemmeno nei giorni più bui. Ma oggi mi trovo davanti a un muro che non dipende dalla mia forza, né dal mio amore: è un muro economico. Le cure di cui Moreno ha bisogno non possono essere interrotte, perché lui migliora solo se viene trattato continuamente. La cosa che mi fa più soffrire è non riuscire a garantirgli tutto ciò che gli serve per continuare a riprendersi. Non è la volontà che manca, è la possibilità.
Moreno è sempre stato un uomo straordinario, amato da tutti per il suo carattere buono, per la sua dedizione al lavoro, per la sua passione in ogni cosa che faceva. Era un padre meraviglioso, l’uomo che non vedevo l’ora di abbracciare quando tornava da lavoro, perché parlavamo di tutto, ridevamo, progettavamo. Oggi non riusciamo più a parlare come prima, e questa è la ferita più grande che porto dentro.
Scrivo questo con dignità, con amore, con il cuore in mano. Chiedo aiuto perché da sola non ce la faccio più. Chiedo aiuto perché voglio che Moreno continui a migliorare, che non perda ciò che ha riconquistato con tanta fatica, che possa avere una vita il più possibile dignitosa. Chiedo aiuto perché, anche se la strada è lunga, io non voglio smettere di lottare per lui.
Se vorrete aiutarci, anche con un piccolo gesto, darete a Moreno una possibilità che da sola non riesco più a garantirgli. Darete forza a me, ai nostri figli, alla speranza che tengo stretta ogni giorno da tre anni.
Con gratitudine,
Katja
